Non un metodo.
Un movimento.
Lavorare in terapia significa abitare la complessità senza ridurla. Significa accompagnare, non guidare. Costruire, non imporre.
Iniziamo da una domanda.
Non da un sintomo. Non da una diagnosi. Da una domanda, anche piccola, anche confusa. È da lì che parte il percorso. Il primo incontro è uno spazio per dirla, anche male, anche tra le righe — io ascolto.
Non c'è un modulo da compilare. C'è solo un tempo che apriamo insieme, per capire se c'è il terreno giusto per camminare.
Costruiamo una relazione.
La terapia funziona perché si fonda su una relazione. Non è un'intervista, non è un esame. È un legame professionale dentro cui si sperimentano nuovi modi di stare con sé e con l'altro.
Lavoro con un approccio integrato — sistemico-relazionale, con attenzione al corpo, alle emozioni, alle storie famigliari. Ma ciò che davvero importa è ciò che accade tra le persone, in quel momento, in quella stanza.
Diamo parole alle cose.
Spesso, ciò che fa stare male è ciò che non riusciamo ancora a nominare. Insieme troviamo le parole. Senza fretta. Senza forzature.
Le parole giuste, dette al momento giusto, hanno il potere di sciogliere nodi che sembravano impossibili. Non è magia. È lavoro paziente, fatto a due.
Riconosciamo i movimenti.
Il cambiamento non è quasi mai un salto. È un movimento. A volte piccolo, a volte impercettibile. Ma reale. Una sera in cui dormi meglio. Un pomeriggio in cui non hai pianto. Un litigio che hai gestito diversamente.
Il mio compito è anche aiutarti a riconoscere ciò che sta cambiando, anche quando da dentro non si vede.
Sappiamo quando fermarci.
Un percorso terapeutico ha un inizio, uno svolgimento, e una fine. Non resta aperto per sempre. Quando il lavoro è fatto — anche se non è "tutto" — ci salutiamo, sapendo che lo spazio resta lì, se servirà di nuovo.
L'obiettivo della terapia, in fondo, è non averne più bisogno.
«Non impongo ordine. Lo rivelo.»
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